venerdì 27 giugno 2014

Siete a vostro agio?

Guardate questo video fino alla fine, se ci riuscite.




A questo punto vorrei parlarvi di un sacco di cose, di quanto Internet ci rende stupidi, dei nostri deficit di attenzione, dei benefici del cincischiamento – anche su internet- e del bisogno bulimico di saltare da un sito all’altro. Ma soprattutto, vorrei parlarvi del tempo: come lo percepiamo e cosa ci facciamo. Perché a volte passa svelto e a volte no, perché, annoiati, rimbalziamo da un link all’altro e il tempo sembra non passare fino a quando, a fine giornata, imprechiamo/esultiamo: è già sera. E poi, cosa succede se il nostro cervello sbarella e iniziamo a vedere le cose in timelapse? un caso clinico. 
Ma abbiamo tempo, iniziate a rallentare che ve lo racconto la prossima volta ;)

mercoledì 11 giugno 2014

Questione di ritmo

Ascoltate questa:



 

A volte senti una musica e boom ce l’hai in corpo. Tu non lo hai ancora realizzato ma le dita già tamburellano sul tavolo, il piede sbatacchia, la testa fa su e giù. Perché ci succede?
Siamo più sensibili a certi ritmi: è il risultato dello studio di alcuni neuroscienziati, pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne lo scorso aprile. I tempi e le pause di alcuni brani hanno una struttura che ci fa venire voglia di muoverci per segnare il tempo con il corpo. Occhio però, ci vuole il ritmo giusto: se è troppo semplice risulta piatto e noioso, se è troppo complicato è impossibile da seguire. Il trucco sta nel ritmo sincopato: piccole variazioni sul tema principale inaspettate, e quindi sorprendenti. Infatti, un ritmo di base abbastanza prevedibile, ma animato da variazioni di accento, ci cattura perché basato su una sequenza di pause e tempi non del tutto regolari. Queste piccole variazioni ci spingerebbero a completare la sequenza e a “riempire” le pause impreviste con i movimenti del corpo. Inoltre le variazioni e i ritmi sovrapposti ci offrono diverse possibilità per sincronizzarci con la musica: possiamo adattare il movimento a diversi ritmi usando più parti del corpo.
Per questa ricerca Maria Vitek, autrice dello studio con i colleghi della Aarhus University, in Danimarca, è partita da un sondaggio online. La ricercatrice ha creato un questionario in cui ai partecipanti veniva chiesto di ascoltare diversi brani e dare una valutazione su quanto considerassero il pezzo ballabile e di gradimento. I 66 partecipanti, di età compresa tra i 17 e i 63 anni e residenti in diverse parti del mondo, hanno dato risposte simili: perché sia ballabile il brano non deve essere né troppo semplice, né troppo complesso. Nell’insieme le risposte sono consistenti con un modello creato dallo psicologo Berlyn già negli anni Settanta sulla “stimolazione ottimale” nella percezione artistica. Cioè i dati di gradimento e ballabilità delle musiche ascoltate dai partecipanti, messi in relazione con quanto quelle musiche avessero un ritmo sincopato, seguono un andamento a U rovesciata. Questo permette di predire se un brano può essere apprezzato o meno a partire dalla sua “struttura” sincopata. 
I modelli che descrivono e cercano di capire come faccia il nostro cervello a sviluppare un certo gusto artistico e cosa vi sia alla base di questo apprezzamento sono molti e ancora non esaustivi. In questo studio un aspetto interessante è che il nostro cervello, contrariamente a quanto pensato finora, non preferisce, per questioni di rapidità e efficienza,  sempre e comunque stimoli con schemi semplici. Le cose troppo facili annoiano.

giovedì 8 maggio 2014

Un'idea sovversiva





All’inizio era una faccenda di guerra, anzi di soldati. Soldati feriti lasciati morire insieme ai morti, soldati agonizzanti dimenticati in ritirata, soldati fuori combattimento fatti fuori del tutto – meglio esser sicuri...
E poi c’erano i soldati in mare.
E poi si sono aggiunti i prigionieri di guerra.
E i civili, gente che non prende parte al conflitto armato, persone indifese che hanno la sciagura di ritrovarcisi in mezzo alla guerra. Vulnerabili.
Le quattro Convenzioni di Ginevra (1949) e i tre protocolli aggiuntivi proteggono, durante un conflitto armato, queste quattro categorie di persone: soldati feriti o comunque impossibilitati a combattere, prigionieri di guerra, civili e personale medico-sanitario. E queste convenzioni rappresentano il nucleo fondante l’attività del Comitato Internazionale di Croce Rossa per la protezione delle persone più vulnerabili durante un conflitto armato. È nato 150 anni fa, e oggi ce n’è più bisogno che mai.
La pace è un’utopia e le guerre probabilmente non si possono davvero evitare, ma una cosa la si può fare: limitare le sofferenze inutili e proteggere le persone più vulnerabili e chi non prende parte al conflitto armato. Da quest’idea di Herny Dunant nel 1864 nasce, con la prima Convenzione di Ginevra, la Croce Rossa.
E oggi 8 maggio si ricorda la nascita (1828) dell’uomo da cui è partita la più grande organizzazione umanitaria del mondo, ma soprattutto un’idea di umanità e uguaglianza che continuiamo a dimenticare.
Negli anni il Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa si è evoluto e sviluppato per proteggere i più vulnerabili non solo in tempo di guerra, ma anche in tempo di pace: catastrofi naturali, epidemie, migrazioni, ricongiungimento familiare, assistenza sociale e campagne di prevenzione, educazione sanitaria e di primo soccorso.
Faccio parte di questo movimento da quindici anni, è parte di me e mi emoziono quando ne parlo perché mi ha fatto crescere e imparare molto. E perché per me rappresenta un’idea di responsabilità: in ogni momento ognuno di noi può fare del male a qualcun altro, ma può anche far del bene.

venerdì 18 aprile 2014

Godiamocele (finché ci sono)

Allora, questa settimana è uscita l'ultima parte del report del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC): come procede il riscaldamento globale, cosa sta succedendo a pianeta e popolazioni e, soprattutto, cosa possiamo fare per rallentare questo processo prima che sia troppo tardi.
È un disastro perché oltre a confermare che il riscaldamento è causato principalmente dalle attività umane, i dati mostrano un peggioramento su tutti i fronti: aumento delle temperature, scioglimento dei ghiacciai, distruzione delle barriere coralline, eventi estremi sempre più frequenti e violenti, quindi, vulnerabilità delle popolazioni che aumenta. Certo, perché se aumentano alluvioni, uragani, siccità e ondate di calore, aumentano anche le conseguenze: epidemie, scarsità di cibo e acqua, sfollati e migrazioni. Tanto per dire.
Ma c'è ancora speranza, e la novità di questo rapporto sta nel presentare un'analisi molto accurata non solo dei disastri già avvenuti e di quelli in arrivo, ma anche una descrizione di possibili scenari, a seconda di come ci comportiamo adesso. Ci sono numerose variabili in gioco che riguardano soprattutto le future scelte politico-economiche delle nazioni principalmente responsabili delle emissioni  di climalteranti, ma ci siamo anche noi, singoli cittadini. Il problema può diventare la soluzione, a partire dalle città. Il fenomeno dell’urbanizzazione crescente è uno dei punti cui far fronte a breve termine: rendere le città -sovrappopolate- più vivibili e a basso impatto ambientale. Questo lo possiamo fare, e ne possiamo trarre anche benefici immediati. Pensare ai “grandi problemi” dell’economia globale e ai traballanti equilibri politici è difficile, ma le nostre città sono casa nostra, ci viviamo, ci camminiamo ogni giorno, e possiamo cambiarle.

E siccome voglio essere positiva (e oggi è venerdì - ho bisogno di edificarmi) voglio chiudere la settimana con queste immagini bellissime, così belle che mi commuovo: lumache (fidatevi).
Le immagini di Vyacheslav Mishchenko svelano mondi incantati. E boh magari faranno venire anche a voi un po’ più voglia di salvarlo il nostro pianeta.










mercoledì 19 marzo 2014

Pesci, gamberi e granchi

Louis Renard visse tra Sei e Settecento e nella sua vita fece un po' di tutto, dalla spia all'editore. Ed è proprio grazie al suo lavoro editoriale che oggi possiamo ammirare questa meraviglia di libro: animali, veri e immaginari - c'è catalogata pure una sirena, per dire - trovati intorno alle Molucche (lui tra l'altro probabilmente manco c'era mai stato) e alle terre del sud, come si legge. Il libro, pubblicato nel 1718, è uno dei primi trattati di biologia marina a colori. E che colori, i disegni sono bellissimi, circondati da diversi commenti in tre lingue: olandese, francese e malese.
Fishes, Crayfishes and Crabs, è composto da 100 tavole con circa 460 disegni, per la precisione 415 pesci, 41 crostacei, due insetti stecco, un dugongo e una sirena. Fin da subito non fu preso molto sul serio, soprattutto per via dei colori sgargianti e lontani dalla realtà, e certo per alcune bizzarre figure: per tutti gli studiosi questo è sempre stato 'solo" un libro di creature fantastiche. Tuttavia, con un'analisi più attenta presso l'Università di Washington, alcuni studiosi si sono resi conto che in molti casi le specie raffigurate, sirene e colori a parte, corrispondono a precise specie animali, realmente conosciute. E' una scoperta che rende il libro e il suo editore ancora più affascinanti, difficile ricostruire con esattezza la loro storia. Come spesso accade il bello sta sul confine, tra realtà e immaginazione. 










giovedì 27 febbraio 2014

Adotta un segno

 Scatola di blocchi di stampa d'epoca in legno

Le adozioni mi piacciono, adotto di tutto, dai pinguini per le nipoti alle parole in estinzione. Immaginate come mi sono esaltata a scoprire (via Terminologia) che domani, venerdì 28 febbraio, a Recanati inizia "Adotta un segno": iniziativa promossa dal Comune di Recanati e da Scritture Brevi per promuovere la cultura dei segni. Numerosi studenti saranno coinvolti nell'iniziativa che vuole dare spunti per conoscere e approfondire l'uso e il significato di simboli più o meno quotidiani. Se ci pensate non ci prestiamo mai attenzione ma sono ovunque: punteggiatura, segnali stradali, icone di ogni tipo, emoticon (valgono? credo di sì). Come influenzano la nostra comunicazione e il nostro modo di esprimerci? E poi, tutto quello che ci si può fare! basta una manciata di punti e virgole e puoi:

  • Fare faccine buffe: <:- :=")~~, " amp="" b="" nbsp="">':-/, {:-), }:-|,  :/,  :D,  :P,  :o,  :(,  :X, ... 
  • Fare ritratti
  • Fare giochi di senso
    Vignetta di Bizarro 
  •  Aprire la mente e pensare a tutti gli altri modi possibili e non ancora inventati... (Sì, che ci state pensando!)
  • ...

Su twitter stanno già postando cose molto suggestive #adottaunsegno...
Ecco, mi son giocata la serata :D .

 


martedì 18 febbraio 2014

Neutrini che corrono e rane che volano, ma forse no

Geni, questi sono dei geni, tutti a casa a rosicare. Che uno poi dice ma come ti è venuto, misteri della creatività (diciamo). Si tratta di un paper, anzi no di un abstract, “the best abstract ever” e il più corto aggiungerei. 
Siamo nel fantastico mondo della fisica delle particelle. Nel 2011 i ricercatori del laboratorio nazionale del Gran Sasso facendo degli esperimenti per il progetto OPERA (Oscillation Project with Emulsion-tRacking Apparatus) giunsero a una conclusione alquanto sensazionale destando non poche critiche e perplessità. Stando ai risultati di questi esperimenti i neutrini correrebbero più veloci della luce, contraddicendo una delle leggi fondamentali della fisica moderna e la teoria della relatività ristretta di Einstein secondo cui invece, detta in soldoni, niente nel vuoto si muove a una velocità superiore a quella della luce (299,792,458 metri al secondo). 
Tra gli scienziati in prima fila a contestare questi dati c’era anche Micheal Berry fisico dell’Univeristà di Bristol, nel Regno Unito, il quale col suo gruppo pubblicò lo stesso anno un paper in risposta (e polemica direi), ecco l’abstract (The best ever): 





Geni della comunicazione (ché lo scienziato medio diciamocelo...): il titolo è una domanda: Can apparent superluminal neutrino speeds be explained as a quantum weak measurement? 
Abstract: Probably not

Fantastico. Ma cosa ci si poteva aspettare da uno scienziato che già nel 2000 aveva vinto con Andre Geim l’IgNobel per la fisica per aver fatto levitare una rana usando dei magneti? 




Solo, uno guarda questi lavori e pensa alla bravata di qualche studente o giovane postdoc un po’ zelante, poi va a vedere e scopre che il professor Michael Berry, classe 1941, editor dei Proceedings of the Royal Society è tutt’altro che un pivello. E forse questo è il punto...

E anche il bello di invecchiare, con l'esperienza fai le cose con più leggerezza (attenzione non ho detto superficialità), all’urlo del ”ca’... mene” ti concedi di divertirti.